07 - Apr - 2020
Settimana Santa: Giovedì, Venerdì
Commento di Simona Segoloni Ruta – Teologa
Il primo giorno del triduo pasquale è il venerdì (giorno in cui riviviamo la passione del Signore) ma viene introdotto dal giovedì sera dove riviviamo l’ultima cena di Gesù, nella quale Gesù stesso ci spiega come comprendere ciò che sta per accadere. La sua morte, infatti, si presenta come un atto brutale e ingiusto (e lo è), per cui, senza occhi capaci di vedere oltre, non c’è motivo per restare di fronte ad essa. Per questo Gesù, prima di morire, si preoccupa di insegnarci a guardare ciò che sta per accadere.
Due sono i gesti che Gesù fa per permetterci di comprendere il significato profondo della sua Pasqua. Il primo è un memoriale, come quello celebrato da Israele prima di partire dall’Egitto, capace di dire che la morte, anche se così vicina, non è capace di toccarci (il sangue dell’agnello sulla porta impediva alla morte di entrare nella casa). Gesù sfrutta la stessa logica per lasciare un’altra cena (che la chiesa ripeterà lungo tutta la propria storia per rendere presente il mistero della Pasqua di lui), capace di mostrare che lui vive la propria morte non come un annientamento, ma come un dono fatto ai suoi perché vivano. Un pane spezzato per nutrire altri e un vino versato per rallegrarli.
Giovanni ricorda invece un altro gesto: la lavanda dei piedi. Anche questa è scelta da Gesù per spiegare ciò che accade: muore per servire chi ama e perché questi poi facciano lo stesso per altri (Gesù non si fa lavare i piedi da Pietro, perché potremo lavare i piedi di lui, ricambiando così il suo dono di amore, nei piedi di quelli che ci sono dati da servire). Entrambi i gesti, spezzare l’unico pane (e bere l’unico vino) e lavare i piedi, rivelano ciò che dobbiamo guardare in questa morte terribile: l’amore smodato di Gesù che ama i suoi (e ciascuno/a di noi) fino alla fine.
A questo punto riviviamo l’ultimo giorno di Gesù. La liturgia della Parola ci presenta il quarto e ultimo canto del servo del Signore, in cui qualcun altro tanto tempo fa ha già sofferto ciò che toccherà a Gesù (perché le vittime delle ingiustizie e delle violenze sono innumerevoli) e che Gesù fa suo, identificandosi con tutti coloro che soffrono, con tutte le vittime della storia. Queste – ci rivela il canto del servo – sembrano colpite da Dio, ma misteriosamente portano il peso del male a favore di tutti: nella vicenda di Gesù questo diventa straordinariamente evidente, perché dopo il tormento vede la luce. Le preghiere di lui, ci spiega la lettera agli Ebrei, di essere salvato dalla morte vengono esaudite, perché dopo la passione è risuscitato e così è diventato guida e fonte di salvezza per tutti quelli che lo seguono. Nessun male può toccarci, perché nella vicenda di Gesù si fa evidente che chi confida nel Signore non resterà deluso, qualsiasi male gli sia inflitto dagli esseri umani o dalle contingenze della vita.
Nel racconto della passione Giovanni ci presenta Gesù come un re. Un re che possiede un regno che non è di questo mondo, per vedere ed entrare nel quale bisogna avere un’altra logica (chi è dalla verità) da quella del potere e della ricerca di se stessi. I capi dei sacerdoti, pur di uccidere Gesù, dichiarano il tradimento dell’alleanza perché dichiarano di non avere altro re se non Cesare. La violenza e il bisogno di mantenere ciò che possiedono li accecano. Gesù invece si consegna totalmente: a chi lo schiaffeggia perché ha “osato” rispondere chiaramente al sommo sacerdote risponde con ferma mitezza, a Pietro che estrae la spada insegna a rinnegare la violenza, davanti alle guardie si preoccupa per i suoi, perché li lascino andare.
Gesù non deve difendere niente di sé, perché tutto in lui è dono offerto ad altri e proprio per questo non può restare nella morte. Non solo perché il Padre lo resuscita, ma perché la vita che lui offre (emise lo Spirito, lascia andare cioè ciò che lo tiene vivo) continua in quelli che si lasciano servire e nutrire dal dono di lui. Questi, animati dallo Spirito di lui, faranno la sua stessa strada costituendo il regno di quelli che, amando fino alla fine, sconfiggono la morte.
La primizia di questo regno sono quelli sotto la croce: il gruppo di donne, fra cui la madre di Gesù, e il discepolo, che in qualche modo li rappresenta tutti. Gesù nel vederli insieme dà l’ultimo insegnamento, che potremmo interpretare così: “prendete come madre, come guida e riferimento autorevole, colei che con la sua fede ha condotto anche me a prendere la mia strada (quel lontano giorno a Cana di Galilea). Condividete la fede di lei, ciò che lei riesce a vedere, per poter arrivare a un’ora come questa, dove tutto in voi – come accade oggi per me – sarà dono e consegna. Allora tutto sarà compiuto”.